To Build a Fire – Preparare un fuoco | Short Stories. I piccoli capolavori che fanno crescere il tuo inglese.
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Jack London
To Build a Fire – Preparare un fuoco
Data di pubblicazione: 22/10/2014
FORMATI DISPONIBILI
To Build a Fire – Preparare un fuoco
Voti: 2, Media: 5.00
CENNI BIOGRAFICI
LA TRAMA

John Griffith Chaney nasce a San Francisco il 12 gennaio 1876. Abbandonato dal padre, cresce a Oakland, in California, con la madre e il suo nuovo compagno, da cui prende il cognome London. Dal 1890 fa lavori saltuari, poi si imbarca come marinaio su un mercantile diretto in Giappone.

Tornato negli Stati Uniti, studia da autodidatta e abbraccia la dottrina socialista. Dopo un solo anno all’università di Berkeley, nel 1897 si unisce a una spedizione di cercatori d’oro nel Klondike (esperienza che gli ispira la short story Preparare un fuoco), ma non ha fortuna e l’anno successivo rientra a San Francisco. Decide di guadagnarsi da vivere scrivendo: i suoi racconti, pubblicati sulle riviste, ottengono da subito un vasto riconoscimento; lo stesso dicasi per il romanzo Il richiamo della foresta (1903).

Nel 1904 salpa per la Corea come corrispondente per il San Francisco Examiner della guerra russo-giapponese. Tra il 1907 e il 1909 viaggia nei mari del Sud; nel frattempo continua a dedicarsi alla scrittura (Zanna bianca, 1906; Il tallone di ferro, 1908; Martin Eden, 1909). Tornato negli Stati Uniti, acquista un ranch a Glen Ellen, in California, dove costruisce una grande magione; qui muore il 22 novembre 1916 in circostanze non chiarite, forse suicida, distrutto da problemi legati all’alcolismo.

Un uomo, un cane, una distesa innevata, il freddo tagliente; in To Build a Fire non è difficile trovare tutti gli ingredienti delle storie più “classiche” di Jack London, quelle che hanno maggiormente contribuito a costruire l’immagine letteraria dello scrittore. In questo caso, tuttavia, l’ambientazione nei territori inospitali dello Yukon, ai tempi della corsa all’oro scatenata dalla scoperta di favolosi giacimenti in quella regione, è forse meno rilevante di quanto potrebbe apparire a prima vista.

Senza dubbio il racconto descrive una catena di eventi che si svolgono in un ambiente naturale delineato con straordinaria efficacia (anche grazie al fatto che London, come è noto, aveva sperimentato la vita nello Yukon di persona), ma è indubitabile che lo scrittore intende qui rappresentare, tramite una storia particolare, qualcosa di universale, una manifestazione paradigmatica della contrapposizione tra uomo e natura.

È questo un tema ricorrente in gran parte della produzione di London, ma il risultato raggiunto in questa short story è particolarmente convincente, forse proprio perché si tratta di uno scritto molto più asciutto, in cui la narrazione, spingendo all’estremo una certa tendenza propria del naturalismo letterario, è ridotta quasi esclusivamente a un freddo resoconto di fatti. Protagonisti del racconto, un uomo di cui non si sa quasi nulla, se non che è un chechaquo, ovvero un novizio dell’inverno dell’estremo nord, e il suo cane, un husky guidato dal puro istinto e tanto più “efficiente” del padrone nell’adottare strategie di sopravvivenza. Il cane non è qui un vero compagno dell’uomo, ma piuttosto un’estensione della grande antagonista dell’uomo stesso, cioè la natura; e come quest’ultima, anche il cane si dimostra altrettanto indifferente al destino dell’uomo.

He knew there must be no failure. When it is seventy-five below zero, a man must not fail in his first attempt to build a fire – that is, if his feet are wet.

Sapeva che non erano ammessi errori. A settantacinque gradi sottozero un uomo non può sbagliare il primo tentativo di preparare un fuoco, soprattutto con i piedi bagnati.

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