Obtaining Supplies – Ottenere le provviste | Short Stories. I piccoli capolavori che fanno crescere il tuo inglese.
Alcott - Obtaining Supplies
Louisa M. Alcott
Obtaining Supplies – Ottenere le provviste
A Day - Una giornata
Anno di pubblicazione: 2010
FORMATI DISPONIBILI
Obtaining Supplies – Ottenere le provviste
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CENNI BIOGRAFICI
LA TRAMA

Louisa May Alcott nasce nel 1832 a Germantown, presso Philadelphia.
Figlia del filosofo trascendentalista Amos Bronson Alcott e seconda di quattro sorelle, riceve un’educazione privata.

Nel 1840 si trasferisce con la famiglia a Concord, Massachusetts, e fra il 1843 e il 1844 vive per qualche tempo nella comunità denominata Utopian Fruitlands, ispirata agli ideali trascendentalisti.

Dopo aver lavorato prima come sarta, come insegnante e come giornalista, allo scoppio della Guerra di Secessione lavora come infermiera presso l’ospedale militare nordista di Georgetown.

Dal 1868 decide di dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Dal 1880 si impegna a favore del suffragio universale.
Muore a Boston nel 1888, per un avvelenamento da mercurio contratto durante il suo servizio di infermiera.

Fervente seguace degli ideali di Lincoln, yankee fin nel midollo, femminista della prima ora, Louisa May Alcott allo scoppio della Guerra di Secessione si arruolò come infermiera nell’esercito nordista e servì la causa del Nord per quasi quattro anni, fino alla vittoria finale.

L’autrice di Piccole donne (1868), Piccole donne crescono (1869) e Piccoli uomini (1871), su quell’esperienza scrisse quattro racconti, raccolti nel 1863 sotto il titolo Quadri da un ospedale, e ripubblicati con aggiunte nel 1869.

Nei due qui proposti, il primo e il terzo, ci parla di due fasi successive: nel primo infatti, Ottenere le provviste, narra la sua partenza da casa per l’arruolamento, mentre nel secondo, Una giornata, riferisce sull’arrivo simultaneo di un gran numero di feriti nordisti, reduci dalla rovinosa battaglia di Fredericksburg, nell’ospedale in cui lavorava.

In Ottenere le provviste, durante una sonnacchiosa conversazione decembrina, l’io narrante prende improvvisamente la decisione, su suggerimento di un vicino, di andare a curare i soldati.

Detto fatto, fa domanda, aspetta la risposta e quando questa arriva parte.
Ma nelle more, comincia a comportarsi come un soldato, fa il saluto militare, e con l’entusiasmo di chi ha scoperto un nuovo gioco prepara il suo bagaglio come apprestasse il vettovagliamento per una lunga permanenza sulla linea del fuoco, e non nelle stanze sicure di un ospedale.

In Una giornata si scontra invece con la realtà della guerra.
Le arrivano in ospedale corpi straziati dalle granate, deturpati dai proiettili, mutilati o morenti.

E lei accudisce garrula quegli uomini devastati, li lava, assiste il medico che ricuce o taglia senza anestetico, si intenerisce ma non più di tanto per un piccolo sergente che ha già perso una gamba e sta per perdere un braccio.
Le muore la gente davanti, ma lei pensa soltanto a come fare dispetti a un sudista prigioniero e ferito, tipo mettergli il sapone negli occhi o storcergli il naso.

“Entrando nel mio reparto, la vista di numerose barelle, ciascuna con l’occupante mutilato di braccia o di gambe o ferito in modo gravissimo, mi avvertì che ero là per lavorare, non per stupirmi o piangere…”

“The sight of several stretchers, each with its legless, armless, or desperately wounded occupant, entering my ward, admonished me that I was there to work, not to wonder or weep.”

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